TROINA
Centro agricolo e commerciale in provincia di Enna, da cui dista 60 km, fra Nicosìa e Cesarò, Troìna si allunga su uno stretto terrazzo in mezzo all’altopiano che guarda l’Etna da ovest, 1.121 metri sopra il livello del mare e conta 15.029 abitanti. La sua economia è basata sulla produzione di olive e mandorle. Il territorio venne abitato fin dalla preistoria, come testimoniano i ritrovamenti di tombe ipogee scavate nella roccia dei vicini monti San Pantheon e Muganò. Proprio nel sito dell’attuale Troìna sono presenti stratificazioni delle varie epoche storiche, dall’età ellenistica a quella romana.
Troina ha una storia dalle origine antichissime. Scavi recenti hanno individuato insediamenti umani risalenti al neolitico (una fattoria del 6000 a. C.) e la necropoli ancora visitabile e sita sul monte Muganà testimonia della vita preistorica della cittadina.
Sicure tracce della forma dell'antica città d'età greca si riscontrano nella cinta muraria a blocchi, del IV secolo a. C., che racchiudeva quello che è stato sino a qualche decennio fa l'assetto del paese. Resti di terme romane ci ricordano che il periodo che va dal I sec. a C. al II sec. fu discretamente florido per Troina, che molto probabilmente in quei secoli aveva per nome Engyon, almeno a dar ragione ai numerosi studi che partendo da un passo di Diodoro Siculo, hanno identificato nel sito della celebre città delle Dee madri e del famoso ed eccentrico culto che a queste era dedicato, l'attuale Troina.
Centro militare per eccellenza e via di comunicazione tra la Sicilia occidentale e quella orientale, è stato sempre sito ambito dai popoli che si stanziarono da conquistatori o da liberatori, nell'isola. La sua parte alta non a caso consisteva in un enorme Castello (la cui estensione andava dall'attuale Piazza Conte Ruggero alla Piazza Santa Lucia) con quattro porte d'ingresso e numerose torri. I musulmani realizzarono parte della sua struttura urbana del paese. Il suggestivo e labirintico quartiere di Scalforio (in arabo fuori le mura) ne è ancora preziosa rimanenza.
I bizantini vi dominarono a lungo e da Troina, il generale Maniace, preparò a battaglia contro gli arabi stanziati a Cerami. Un'affascinante descrizione letteraria di quell'episodio che il turista oggi può far rivivere muovendosi nei luoghi di allora che ancora sono ben conservati, ce la dà nel suo romanzo, L'amante del paradiso (Mondadori), Silvana la Spina: 'Laggiù sulla rocca è Troina. Una manciata di case tra Nebrodi freddi, tra picchi e colline dall'erba gelida e la punta dell'Etna laggiù che sempre fuma. Una cittadina antica dove da tempo abitano accanto e in buon vicinato musulmani e cristiani, ognuno con le usanze sue, gli uomini si prestano gli arnesi, le donne il cotone pel filato….Insomma brava gente di montagna, dove il qadi va a far visita al prete, e insieme parlano di Vangelo e di Corano, di Cristo e del diavolo tentatore; della santa Anima che vomita rose e che pare diventata un cadavere a furia di digiunare per Nostro Signore, o per Allah che è lo stesso. Gente appunto che sa poco delle cose de4l mondo, dei fatti accaduti e di quelli che accadranno, ma stamani ugualmente a Troina si è svegliata per il gran rumore di cavalli e i ragazzi sono corsi per le strade…. Sale ora chi può sulle case più alte, sul campanile del convento di San Michele o sul minareto della moschea - Vardati là quanti surdati. Quelli là portano il segno della croce, quelli là dirimpetto il vessillo del profeta. Ora godemuni lu scannascanna'
I normanni vissero a Troina momenti importanti della loro storia. Ruggero scelse Troina come avamposto per la conquista dell'intera isola. Prese il Castello nel 1061 e istituì un presidio che durò per più di trent'anni. Furono anni di profonde trasformazioni del territorio della città: l'erezione dei conventi di San Michele Arcangelo, di Sant'Elia di Ambola, di San Mercurio, nonché della Cattedrale, diedero decoro architettonico alla città che poté fregiarsi anche, nel 1082, del titolo di sede vescovile, sempre per concessione del Gran Conte. La fondazione dei conventi basiliani a Troina, oltre ché strumento di conquista dei sentimenti popolari locali, obbediva ad una logica di potenziamento di quel collegamento viario che aveva visto già Troina in età bizantina (e anche precedentemente) come punto di transito montuoso lungo il percorso Taormina -Termini; con i normanni da Troina, Capitale della Contea, si attiva una via regia che conduce a San Marco, sito portuale strategico e sede, per un periodo, della Corte normanna. Un itinerario di rilievo turistico odierno: partendo da Troina e attraversando i Nebrodi, alla scoperta dei conventi basiliani; visitando i paesi sulla traiettoria della via regia Troina - San Marco alla scoperta delle feste sopravvissute da antichi riti paganeggianti e falloforici, nel periodo primaverile (u ddauru a Troina, i muzzuni ad Alcara Li Fusi, la festa dei giudei a San Fratello).
Troina, prima capitale normanna dell'isola, fu più volte teatro di rivolte fomentate dai saraceni, partecipate dalla popolazione locale, sedate dai guerrieri del Conte. Nel 1088 vi soggiornò papa Urbano II, che, nominato papa a Terracina, non era potuto entrare a Roma, dove allora dominava l'antipapa Callisto III, sotto la protezione dell'imperatore svevo Enrico IV. Papa Urbano II chiese ai Normanni un aiuto militare per entrare a Roma e spodestare il rivale antipapa. Urbano II compensò poi il favore dei Normanni con la speciale prerogativa della "Apostolica Legazia", che dava facoltà ai re di Sicilia di nominare direttamente i vescovi siciliani.
Declinando il potere normanno, spostata la sede vescovile a Messina, Troina perde centralità e prestigio, ma resta città demaniale, occupa un posto nel parlamento siciliano, ha un Regio castello, è difesa da milizie cittadine. Deve comunque difendersi dalle mire di feudatari e baroni che aspirano a sottometterla. Nel 1300 viene addirittura venduta dal re Federico III d'Aragona ad un nobile, Matteo Alagona; riconquistata la libertà, successivamente viene rivenduta dal re Martino d'Aragona al barone Pietro Moncada. Riacquista i privilegi di città demaniale, nel 1398, probabilmente grazie all'interessamento presso il sovrano del nobile troinese Francesco di Napoli.
I privilegi di città libera continuano nei secoli a venire e vengono confermati ancora, da Carlo V, nel 1535. Come visse la città gli avvenimenti del cinquecento lo indica un quadretto dell'epoca che possiamo leggere in un testo dei primi del '900 del medico e storico troinese, Salvatore Saitta: 'poco dovette pesare sul paese il tetro gigante della preponderanza Spagnola e quantunque i Vicerè boriosi avessero imposto esose gabelle e contribuzioni, non pertanto queste né le carastie dovettero sgomentare le buoni popolazioni di Troina, fra le quali spirava un'aura di benessere. La vita trascorreva calma, non turbata da contumelie civili, i generi alimentari erano abbondanti e a buon mercato, i bilanci comunali, scevri da preoccupazioni di lusso, s'impiegavano per contributi erariali, per trasferte di Capitani d'arme e per feste, raramente si pagava il boia per qualche spettacolosa esecuzione capitale e con molto poco: con sei tarì'. A preoccupare i troinesi del tempo vi fu sicuramente l'epidemia di peste che interessò il paese nel 1575. Il morbo venne affrontato con suppliche e preghiere al Santo patrono e con i rimedi medici allora conosciuti: l'isolamento degli infermi e l'istituzione di cordoni sanitari. La peste lasciò numerose vittime e il paese in condizioni precarie. Altre sciagure e distruzioni porteranno, il secolo successivo, i due terribili terremoti del 1643 e del 1693.
Fra questi eventi di calamità naturale, non mancò un episodio di iattura politica: la città venne nuovamente venduta dal re Filippo IV a Marco Antonio Scribani Genovese; fu riscattata ancora una volta per volontà di un esponente della famiglia di Napoli, il vescovo Vincenzo, che con propri denari la resa libera acquistandola dallo Scribani Genovesi. Il settecento vede, a Troina, il perdurare delle condizioni di vita che oscillavano tra normalità e periodiche crisi. Il ceto patrizio che governa la città assieme al clero numeroso e prestigioso tenta di far riguadagnare alla città, l'antico titolo di sede vescovile, intravedendo in questa possibilità l'occasione per una rinascita economica e per riconquistare potere nell'interno della Sicilia. Ma la sede vescovile, contesa da Troina e da Nicosia, sarà a quest'ultima assegnata, determinando probabilmente l'inizio di un lungo e lento declino degli enti religiosi della città.
Le prime avvisaglie di decadenza riguardano l'ordine basiliano, quello più potente e storicamente più importante per Troina. In questo periodo viene costruito il convento di san Michele Nuovo, (ancor oggi maestoso seppur consistente in semplici resti) , più vicino al paese, sito in luogo più comodo, con ambienti più sfarzosi e ampi rispetto alle modeste ed essenziali stanze dell'altra e più antica residenza dei monaci basiliani. Indicativo questo cambiamento della perdita dell'antico vigore religioso che aveva caratterizzato la presenza dell'ordine religioso a Troina, che rimane però ancora ragguardevole e incisiva. Invece, tutt'altro che trascurabile è la presenza di spirito pubblico (e illuministico) che anima la città nel secondo settecento: la fioritura di opere tecnico-scientifiche ispirate da una vivace curiosità e da acume sperimentale è ragguardevole: gli scritti di Fra Angelico Capizzi 'sull'arte di costruire gnonomi', di Silvestro Trecarichi 'sulle norme della mercatura' (per citarne solo qualcuno) ne sono testimonianza e, oggi custodite nelle Biblioteche, la Comunale e quella dei PP. Cappuccini, si prestano gradevolmente alla consultazione in ambienti che per rilevanza storica e austere fatture, valgono, al turista, una visita. La presenza del Marchese di Sorrentini (collaboratore di Tommaso Natale nel lavoro voluto dal Caramanico di censuazione e assegnazione dei terreni demaniali siciliani ai contadini, citato da Sciascia, nel Consiglio d'Egitto, come simpatizzante della politica di riforme del viceré Caracciolo), di Francesco Bonanno, storico e propagandista della rinomanza di Troina, della sua dignità storica e dei pregi architettonici della sua struttura, dello scienziato Ignazio Roberti, favorisce certamente la strenua tutela di quell'impianto urbanistico che ospita una teoria di conventi e chiese , con i loro campanili e loggiati, che rendono lustro alla città.
Viene seguita, dal patriziato, nelle campagne a valle del paese, la moda della costruzione di splendide ville, realizzandosi così un continuum con la struttura urbana. Si popola e si trasforma in incantevole luogo di residenza estiva, di passeggiata in campagna e di dilettevoli occupazioni , la contrada di Sotto Badia. Ville, zone ombrose, fontane, ruderi di vecchi mulini, rendono oggi questo luogo ideale per una camminata alla scoperta di dimore storiche, di reperti di archeologia della tecnica disseminati in un angolo incantevole della natura.
Eppure in un contesto che appare aperto al nuovo, non mancarono reazioni ai mutamenti e volontà di ritorno al passato, se è vero che anche a Troina, scoppiò, come in tanti comuni della Sicilia, nel 1798, una rivolta antigiacobina. La storia ottocentesca di Troina è quella di una realtà rurale dominata da una élite politica-religiosa. Le caratteristiche di questa élite sono quelle di un ceto di possidenti ,baroni e borghesi delle professioni discendenti da antichi casati patrizi, e di religiosi, soprattutto dell'ordine basiliano, che detengono patrimoni terrieri enormi, da secoli, sin dall'età normanna.
Troina partecipa ai moti siciliani del 1820-21, ma preponderante in questa scelta è la volontà di assecondare la famiglia Bazan, di antica origine troinese e protagonista della rivolta palermitana, in difesa delle ragioni della quale il popolo troinese viene chiamato a combattere; così come decisivo, nell'orientare la scelta del comune di Troina di dare armi alle folle è la presenza, in quegli anni, nel convento basiliano di San Michele a Troina, dell'abate Chiavetta animatore del periodico isolano “Il giornale patriottico” diretto da Aceto, anche lui di antica discendenza troinese. I diversi orientamenti di questi ceti dominanti determineranno il corso degli eventi troinesi sin oltre alla metà del secolo. Tant'è che passata la rivolta siciliana, a Troina ritorna la normalizzazzione e se non in maniera sparuta e scarsamente incisiva, il popolo partecipa ai moti del 48, riprendendo la vita nella comunità secondo gli antichi assetti: il ceto dominante che stenta a dare dignità e sviluppo alla cittadina, cercando di far realizzare infrastrutture (strade, collegamenti) necessarie a far uscire Troina dal naturale isolamento di centro montano e istituzioni (educative, sanitarie) capaci di migliorare la qualità della vita; il mondo contadino, annichilito dal lavoro come pura fatica, afflitto dalle angherie, costretto al furto campestre, all'illegalità come autodifesa e lotta per la sopravvivenza.
Gli eventi rivoluzionari del '60, peraltro cruenti nel vicinato (Bronte e Randazzo distano appena una trentina di chilometri da Troina) non vedono la comunità partecipe: le cronache narrano di pochi garibaldini ma soprattutto assente è qualunque progetto di rivolgimento sociale o di riflessione critica sulle vicende italiane del tempo.
Sostanzialmente il paese è governato dal notabilato, alleato alle alte cariche religiose, spesso uniti da legami parentali, oltre ché da comuni interessi economici. Timidi tentativi di formazione di una Società operaia vengono fatti da un piccolo gruppo di artigiani: ma il ruolo del circolo di Troina è assai modesto. Il mondo paesano appare staticamente chiuso e impermeabile ai fatti esterni: anche qui è da valutare il ruolo dei gruppi egemoni: la direzione spirituale affidata all'abate Antonino Russo del convento basiliano, dentro il quale si forma la gioventù istruita e ricca del paese, è fatta di conservatorismo e opposizione tradizionalista e clericale alla nuova Italia che si delinea con l'impresa garibaldina. La crisi del dominio di questa élite avverrà non per moto interno di opposizione, né per la nascita di nuovi ceti produttivi in grado di sostituirsi ad una 'immobile' guida patrizia della città: accadrà a seguito delle misure prese dallo Stato unitario, in merito all'alienazione dei beni ecclesiastici, a partire dal 1886.
La crisi della grande proprietà religiosa, a Troina, dove all'inizio del secolo le Chiese e i conventi erano la gran parte della struttura urbana del paese, sopravanzavano tutti gli altri edifici pubblici e privati, determinò il crollo definitivo dell'economia tutta e la nascita di una classe di proprietari 'parvenu' diventati ricchi, avendo acquistato con poche lire le terre dei religiosi. Questa nuova classe di proprietari rozzi e incattiviti dalla volontà di realizzare profitti alti e in tempi rapidi, inasprì le condizioni di vita dei contadini; il possesso della cosa pubblica conseguito al nuovo ruolo economico si trasformò in una miope e incosciente pratica amministrativa, tendente a eliminare vecchi istituti che servivano in qualche modo a tutelare i bisogni alimentari del popolo: gli ammassi comunali di grano per esempio.
In ragione di tale arretramento socio-economico, nel rigido febbraio del 1898, scoppia a Troina una rivolta contadina, dalla genesi spontanea, dalle rivendicazioni confuse e generiche (le uniche parole d'ordine sono 'avimu a fama, vulimu u pani', e poi 'apriamo i magazzini dei proprietari' mentre stranamente la marcia dei rivoltosi si avvia verso il palazzo del Comune), dall'epilogo tragico. I rivoltosi che attraversano il paese, capeggiati anche da una coraggiosa donna, rappresentano la materializzazione della Rivoluzione, in una comunità che di fatti violenti ha solo sentito parlare e che ha visto nel '93 una semplice e timida presenza dell'organizzazione dei Fasci. Suscitano paura nel loro intrepido avanzare i contadini ostinati e finalmente presenti, dopo anni per non dire secoli di rassegnazione e pazienza. Vengono fermati da un'eccessiva reazione delle forze dell'ordine che sparano sui rivoltosi, quando questi stanno con certezza avviandosi verso la parte del paese, dove vi sono le residenze dei notabili del paese e la sede del Comune. Il bilancio è quello di più di dieci morti e di numerosi feriti: quasi tutti gli altri, arrestati, verranno processati e condannati. Si scrive quel giorno una pagina di storia che rende Troina, assieme a Modica dove avvengono quasi al contempo gli stessi moti, la città che dà il via alle numerose agitazioni che dalla Sicilia attraverseranno l'Italia ed avranno il punto culminante nelle giornate milanesi del maggio 98.
Osservava stupito, commentando alla Camera i fatti, l'on. Majorana che ben conosceva il paese, essendo parte del suo collegio elettorale e dove tanti voti aveva avuto, che 'il socialismo è sconosciuto a Troina'. Ed in effetti la storia del secondo ottocento a Troina ci conferma la scarsa consistenza e presenza non solo di tendenze e uomini che è possibile ricondurre ad una visione 'socialista' ma anche di gruppi moderatamente sensibili alle idee di progresso e di riconsiderazione dei rapporti tra le classi sociali. S'erano piuttosto formate negli anni 1873 e 1881 due logge massoniche, Aspromonte e Imacara, composte da esponenti del ceto medio delle maestranze e della borghesia anticlericale che utilizzò la rete massonica delle logge per ricevere appoggi e consolidare amicizie con i gruppi dirigenti del nuovo governo unitario.
La rivolta del 1898 ebbe comunque un impatto sulla collettività e produsse una certa presa di coscienza dei meno abbienti, che produsse i suoi effetti ed infatti all'inizio del XX secolo, la vita pubblica è scandita dal successo delle forze progressiste in ambito amministrativo e dalle rivendicazioni del 'combattentismo', il movimento che voleva l'applicazione del decreto del ministro Visocchi, che prevedeva l'assegnazione di parti di terreno da coltivare ai reduci della prima guerra mondiale.
Come reazione all'avanzata popolare, i proprietari e conservatori di Troina diedero vita (ante-marcia) al movimento fascista, e già nel 1920 si apprestarono a conquistare il Comune, detenendolo, poi, fino al 1943, quando con l'ingresso delle truppe americane, il podestà venne deposto.
Proprio nell'agosto del '43 il territorio di Troina diviene campo della storica 'battaglia' che dal giorno 1 al 6 del mese vede impegnati i soldati americani, che avanzano verso Messina, a contrastare la resistenza di un nucleo di teedschi arroccati in paese. I giorni di battaglia, cruenti e nefasti per la popolazione che ebbe più di 100 vittime e per l'abitato, in gran parte ridotto a macerie verranno fotografati da Robert Capa. Oggi, i suoi scatti su Troina fanno parte dell'immaginario e della cultura visiva mondiale, ed è di estremo interesse, per chi viene a Troina, confrontare i luoghi odierni con quelli ripresi dall'obiettivo di Capa. Come è possibile, ancora, osservare, sui monti vicini all'abitato, i segni dei bombardamenti o scoprire gli inprovvisati rifugi della gente del paese, durante quei sei giorni di incessante combattimento.
Segnato dalla guerra, il paese affronta il peso della ricostruzione con caparbietà. La vita sociale riprende nella libertà. A dare impulso alla trasformazione della condizione rurale in una più moderna e avanzata realtà economica, commerciale e dei servizi, nei primi anni '50 è la costruzione della diga dell'Ancipa. L'imponente lavoro determina per Troina una sorta di periodo di boom economico: produce occupazone,fa sì che si fomi un ceto operaio, richiama manodopera e tecnici specializzati da fuori, crea un clima generale di ottimismo e di apertura alle novità nella mentalità collettiva (pur non mancando purtroppo episodi tragici di vittime per incidenti sul lavoro, durante gli anni di costruzione dell'opera). L'evento avrà forza propulsiva per l'economia del paese, ma non strutturale e di lungo periodo.
Così anche la storia di Troina nel secondo '900 sarà simile a quella di tanti paesi dell'entroterra siciliano, fatta di cicliche ondate migratorie e di congiunture favorevoli al lavoro e allo sviluppo (espansioni edilizie, metanizzazione, crescita dell'Oasi, l'Istituto per l'assistenza e cura dei bambini con handicap). Il territorio ha subito modifiche profonde: si sono aggiunti diversi e nuovi quartieri che sembrano però ancora senza fisionomia e identità. Pur decorose le casette a schiera e i complessi abitativi nati da cooperative nella zona chiamata Mulino a Vento o posti gli edifici in luogo climaticamente temperato, nella zona San Michele, mancano però di quelle caratteristiche di immediata socialità del vicolo, di pregio estetico, di persistenza delle consuetudini che il centro storico ancora fortunatamente conserva.
Il suo fascino è intatto e ancora vale, per il forestiero, l'invito che fece Luigi Veronelli decenni orsono: 'passeggiane le quiete vie; in ogni 'luogo' hai solari panorami e le testimonianze: mura di età megalitica e greca, torre normanna, chiese basiliane, neoclassiche, barocche'.

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